L'Arte della Spada Giapponese

Al Dōjō Yuki no Senshi si studia una vasta gamma di armi, incluse armi di origine cinese. La conoscenza dell'arte della guerra orientale, è il centro assoluto delle nostre pratiche.

Le armi peculiari del lignaggio shinobi sono le kama, lame corte, e i bastoni: strumenti tipici dei guerrieri contadini. Negli ultimi undici anni, mi sono specializzato con particolare dedizione nel Kobudō (古武道) e in particolar modo nell’arte della spada giapponese, seguendo ancora oggi gli insegnamenti di discipline koryū legate agli antichi principi dell’Hyōhō. Il Kobudō, e l'arte della spada giapponese con pratiche come: Iaijutsu, Kenjutsu, Kumidachi e Tameshigiri, sono pratiche fondamentali oggi all’interno delle scuole Yuki no Senshi, da quando questo lignaggio koryū è passato nelle mie mani. Io sono una persona estremamente pragmatica, la spada è un'arma non un bastone da majorette da far volteggiare senza senso.

Il Nihontō-dō e lo stile di arte della spada Byakko-ryū nascono da un cammino lungo e spesso solitario, forgiato non solo dalla pratica quotidiana e meticolosa della spada, ma dalla ricerca del suo reale significato nel combattimento reale.

Io sono cresciuto a suon di botte: la mia prospettiva è quella di una persona che vuole verificare le cose che impara o sperimenta, con esperienze reali, sono stato abituato a chiedermi se una cosa funzioni davvero o se sia solo superflua coreografia.

Yuki no Senshi Dōjō – La Via della Spada Giapponese

La scuola di arti marziali tradizionali Yuki no Senshi è una tradizione koryū, radicata negli antichi stili di combattimento dei guerrieri feudali giapponesi. Alla base della sua filosofia vi è un principio fondamentale: tutto ciò che non ha una logica chiara, tutto ciò che è vago, lasciato al caso, e soprattutto tutto ciò che non è applicabile nella realtà, non è arte marziale, ma un semplice sport o una coreografia priva di valore.

Lo stile di spada giapponese Yuki no Senshi, chiamato Nihontō Dō, segue un approccio pragmatico e realistico, unendo le conoscenze della tradizione koryū con il combattimento reale, reso possibile attraverso il Kumitachi Dō.


Nihontō Dō 日本刀道

La parola Nihontō 日本刀 significa "lama giapponese" e non si riferisce solo alla katana, ma a tutte le armi a filo giapponesi, pur mantenendo la spada come protagonista.
Il termine 道 significa "via", rappresentando un percorso di crescita interiore che va oltre la tecnica, trasformandosi in un cammino di evoluzione personale.

Il Nihontō Dō è conosciuto anche come Byakko Ryū 白虎流 (Scuola della Tigre Bianca), un nome che nasce dal soprannome affettuoso che mi hanno dato, Byakko San. Questo stile è il frutto delle mie profonde conoscenze nel sistema Yuki no Senshi, unite agli studi e alle esperienze nelle koryū tradizionali, come il Jikishinkage-ryū, Shinken Dō, il Katori Shintō-ryū, e altre scuole tradizionali come il Fubu-ryu di Doi Kiyoshi Sensei, l'attuale mio maestro di Kobudō.

Studiando, ho scelto come riferimento uno dei guerrieri che più ammiro nella storia del Giappone.
Non per il mito romantico che lo circonda, ma per la sua spietata pragmaticità nella quale mi rispecchio tanto, avendo vissuto la vita tra botte e la continua ricerca di mettermi alla prova per crescere.
Musashi non cercava conforto nella forma, né rifugio nello stile; cercava verifica. Cercava realtà.
La sua vita fu una sequenza di sfide sempre più difficili, scelte deliberatamente per mettere alla prova ogni principio studiato, ogni intuizione maturata. Affrontò avversari micidiali, uomini armati di spade poderose e reputazioni letali, impugnando spesso bokken e armi in legno. Non per esibizione o provocazione, ma per spingersi al massimo, costringersi a un livello superiore di presenza, per spremere l’istinto oltre la soglia della paura, della pressione e dello stress. Questo significa testare una via marziale: non coltivare movimenti eleganti fini a se stessi passivamente, contro nemici immaginari, senza mai misurarsi sul serio con il rischio concreto di farsi male, che in pratica è quello che oggi fanno quelle mummie che praticano Iaidō nel Budō.

Musashi (1584–1645) fu uno spadaccino, rōnin, stratega e artista. Combatté, secondo la tradizione e le testimonianze trascritte, oltre sessanta duelli senza mai conoscere la sconfitta. È autore del Gorin no Sho (Il Libro dei Cinque Anelli), un breve testo molto essenziale di strategia e filosofia marziale, scritto negli ultimi anni della sua vita. La sua esistenza attraversò il passaggio cruciale tra il Giappone delle guerre civili e l’inizio della stabilità Tokugawa: un uomo forgiato nel caos, non nella quiete delle sale di pratica. Per questo lo considero un modello. Perché cercava fatti, non estetica. Sostanza, non il vuoto rituale. E perché la Via, se è davvero tale, non si conserva sotto vetro: si verifica nel confronto. Tutto il resto è teatro, e il teatro, nel combattimento reale, non salva nessuno.

Anni di dialogo, confronto e talvolta scontro con maestri ed esperti, italiani e giapponesi, mi hanno chiarito molti aspetti della pratica. In questo percorso, il filo della spada si è intrecciato con quello della coscienza. Lo studio dei testi antichi in lingua originale, i viaggi in Giappone per la ricerca, dove la spada è ancora venerata come estensione dell’anima, e la pratica costante sul tatami, sul parquet, sulle colline del Monferrato e sulle sabbie nere dell’Etna, hanno dato forma a un’arte nuova: una via moderna, ma legata con un nodo strettissimo ai principi delle koryū, talvolta non convenzionale, ma saldamente radicata nelle fondamenta della tradizione guerriera del Giappone feudale.

Un’arte nata non per imitare, né per inventare cose basate su intuizioni mai verificate, come accade nello Iaidō praticato oggi, ma per comprendere davvero: comprendere l’uso concreto della spada e la mentalità che guidava guerre e duelli, quando la lama non era un ornamento né uno strumento sportivo, ma decideva il destino di una vita.

Studio incessante, ripetizione dei gesti fino allo sfinimento, pratica instancabile delle kamae, dei tagli e dei kata, attenzione totale a forme e movimenti: una base necessaria per portare poi tutto nel confronto reale, nello scontro con un nemico, con protezioni e armature complete, nel contatto pieno. È lì che si può agire senza controllo, nella violenza autentica del combattimento, e generare la percezione reale del tempo, della paura, della fatica, del respiro e dei riflessi.


Un Percorso di Disciplina e Consapevolezza

La disciplina si basa su un programma preciso e ben strutturato, che permette agli allievi di sviluppare la padronanza delle armi da guerra del periodo feudale giapponese. Tuttavia, il Nihontō Dō non si limita all'acquisizione di abilità fisiche: grazie alla sua pragmaticità, offre una profonda consapevolezza del potenziale delle armi, portando con sé saggezza e rispetto per la cultura marziale giapponese.

Si tratta di un percorso profondo e spirituale, in cui mente e corpo si uniscono in perfetta armonia. Attraverso la pratica, l'allievo sviluppa controllo, conoscenza e padronanza psicomotoria, evolvendo se stesso in ogni aspetto della disciplina.


Ogni scuola che voglia definirsi autentica nasce dall’esperienza sul campo, dal confronto diretto contro avversari reali, non da supposizioni, fantasie o imitazioni mal riuscite, come, di fatto, è lo Iaidō odierno. Le scuole non nascono dall'immaginazione, né davanti allo specchio, e le tecniche non crescono sugli alberi. È l’esperienza che crea una scuola valida: dove si rischia, si sbaglia, ci si fa male e si impara dai propri errori. Il Nihontō-dō e il suo stile di combattimento Byakko-ryū nascono da tutto questo: da uno studio pragmatico e dalla pratica reale del combattimento a contatto pieno, non da invenzioni di comodo come accade in molti stili moderni di Iaidō legati al Budō, o peggio ancora nelle fesserie che si vedono spesso nel cosiddetto Kenjutsu “ninja”, che non esiste, costruito su miti, fantasia e sull’arrogante convinzione di sapere come si combatte senza aver mai combattuto davvero.

Ripeto: una scuola non si crea con la supponenza, ma con l’esperienza. E il fondatore di una scuola, anche se ha vissuto quelle esperienze, non giustifica il futuro. Farsi grandi sulle spalle di esperienze altrui è roba da codardi e buffoni, come fanno in tanti oggi, gonfiandosi solo perché appartengono alla scuola di un grande condottiero. Ma se solo il fondatore ha combattuto davvero, e i suoi discendenti no, allora ciò che lui ha vissuto sul campo di battaglia e ha trasmesso ai suoi allievi è morto con lui, mentre ai suoi discendenti resterà solo l'arrogante convinzione di poter diventare come lui con la sola teoria.
Senza mettersi alla prova, senza rischiare, senza pagare di persona, non resta nulla di reale, solo teatro.

La realtà del Nihontō-dō non sta in cose inutili e ridicole come certificati, toppe sul petto, marchi o gradi: orpelli che questi buffoni adorano, mentre si vantano delle gesta di fondatori che non hanno alcuna intenzione di eguagliare sul serio. Tutta questa roba è insulsa e non vale nulla. Il valore di un guerriero sta solo nella capacità di sopravvivere in situazioni avverse, contro qualsiasi arma e contro qualsiasi avversario. Byakko-ryū insegna questo. Non insegna solo a “fare bene la forma”, ma a usare la forma per combattere. Insegna, prima di tutto, a non mentire a se stessi.

La menzogna di una squallida e ridicola toppa sul petto, di un pezzo di carta rilasciato da fredde enti sportive che non hanno la minima idea di cosa sia la differenza tra Budō e Koryū, ma conoscono solo la schifosa burocrazia con la quale guadagnare dai tesserati, l'inutile sbrilluccichio di un trofeo o di una medaglia, tutta questa spazzatura, è la prima sconfitta del guerriero, che ti piaccia o no, questa è la verità, anche se dura da digerire per chi è mediocre e mira a questo inutile ciarpame.
In Nihontō Dō Yuki no Senshi, indossiamo abiti tradizionali, e autentici storicamente, ma ciascuno dei praticanti è libero, ha la sua identità, usa il colore che più preferisce, sceglie la sua spada, perchè l'essere omologati come in una squadra di calcio, non è tradizione, è sport.

Noi siamo i "ribelli". Ci opponiamo alla sterile formalità, alla pratica statica, all'etichetta imposta e alla standardizzazione federata che sta svuotando e distorcendo l'identità dei sistemi di guerra marziali tradizionali.
I veri duelli sono molto più brutali e molto più essenziali in termini di tecnica. Tutta quella formalità, eleganza e bellezza estetica sono puramente teatrali e facili da mettere in scena quando si tratta solo di "simulare". Se volete vedere un vero scontro, guardate le MMA, la boxe o la Muay Thai, non quei damerini che saltellano in giro con protezioni, caschi e cercando di accumulare punti.
Lo stesso vale per il kenjutsu. L'iaido non offre nulla di simile, e il kendo è solo uno sport basato sui punti, forse un po' più vicino al realismo, ma certamente l'HEMA o il Buhurt (Battaglie Medievali Storiche, HMB) catturano meglio la vera natura del combattimento armato medievale. Il resto è mera coreografia formalizzata, priva di pragmatismo, piena solo di fantasie e ipotesi non verificate.

Ho creato e codificato così lo stile Nihontō Dō Byakko-ryū negli ultimi dieci anni, sulla base dell'arte della spada shinobi e l'arte della spada samurai, maturate in toto, grazie ai miei 25 anni di studo e pratica di koryū giapponesi.


Kumidachi Dō 組太刀道 - La Via del Vero Kenjutsu

La filosofia con la quale sono cresciuto è: Tutto ciò che non è fattibile nella realtà dei fatti in un combattimento, è solo un balletto che non merita alcuna considerazione.

C’è una differenza tra seguire e tracciare una strada.
Noi abbiamo scelto la seconda, e l'unico modo per farlo è sperimentare, lanciarsi verso ogni sfida, e fare esperienze.

Siamo la prima realtà nel Sud Italia e molto probabilmente in tutta Italia, a quanto ho potuto verificare, a praticare Kenjutsu Kumidachi a contatto pieno con katane in ferro o in polipropilene rinforzato, utilizzando armature complete e da contatto pieno derivate dall’H.E.M.A.

Qui non si cercano punti.
Qui non si simula.
Il rischio esiste davvero.
La pressione è reale.

Qui si studia il combattimento per quello che è nella realtà: dinamico, sintetico, rapido, violento.

Abituati alla realtà e alla concretezza di un combattimento, ignorando e criticando sempre, la superficialità infattibile di tecniche proposte da un Budō che oggi ormai ha rincoglionito anche i giapponesi stessi, colmo di simulazioni mai verificate, ma passate e ripassate sotto maestri che non hanno mai combattuto in vita loro e insegnano a farlo senza esperienza, generando solo supposizioni fatte con chi li asseconda, o nel caso dell'arte della spada giapponese, eseguite sul nulla, nell'immaginario, ho cercato qualcosa di più concreto, distaccando la mia disciplina da questa roba inutile.

Per anni siamo stati guardati con scetticismo, perché non abbiamo scelto la via più diffusa, non abbiamo seguito la corrente popolare. Ma la diffusione non è sinonimo di autenticità. E la popolarità è per gli show business.

Ho osservato il kendo all'inizio di questa ricerca, una disciplina rispettabile sicuramente, ma è uno sport, segue delle regole, cerca punti, e utilizzano strumenti e dinamiche che si discostano profondamente dal combattimento storico e dal vero Kenjutsu:
Armature parziali, il Bogu non difende tutto il corpo, perché in questo sport non c'è violenza e pericolo reale e i punti da colpire sono prestabiliti dai punti. Armi leggere e non pericolose, come lo shinai, ben lontane dal peso reale di una spada e dalla sua forma. Ho ricevuto colpi di shinai, sono sopportabili. È un lungo bastone di bambù.
Insomma troppe dinamiche codificate per la competizione sportiva. E ho abbandonato l'idea di praticarlo, cercando qualcosa di diverso.

Io volevo qualcosa di più realistico, dove si rischia davvero di farsi male, usando tecnica tradizionale certo, ma senza regole, altrimenti come imparo a combattere davvero?

Ricercando, abbiamo trovato l'Hema e ci siamo interessati al suo approccio decisamente più concreto. Ed è stata la svolta che ha cambiato tutto.

Quando e se, questa visione inizierà a diffondersi nell'arte della spada giapponese, perché tanti in Italia è probabile che tanti ci copieranno ad un certo punto, è giusto ricordarlo: siamo stati noi a cercarla. E chi verrà dopo, consapevolmente o meno, camminerà su quel sentiero tracciato da Yuki no Senshi Dōjō.

E ci farà piacere se altri lo faranno, perché significa che saremo stati quelli che in questo paese hanno portato un po' di realismo nell'arte della spada giapponese e che avremo altri avversari con cui combattere nello stile del kenjutsu. Perché fino ad ora possiamo confrontarci solo con chi ha Harma Medievale Occidentale.

Inizia una nuova era, e cambierò questa tradizione riportandola alle sue origini, allontanandola da questo sport e queste simulazioni patetiche senza senso, che hanno rammollito una realtà che non è nata con questi principi smidollati.

Lo Iaidō a dati di fatto è una disciplina fondamentalmente inutile dal punto di vista pratico delle arti marziali, perché è completamente priva di una componente pragmatica in cui la sua essenza possa manifestarsi in un combattimento reale.
Nessuno di quei balletti da damerini viene poi verificato.
Lo iaidō è un ammasso stagnante di congetture basate sull'immaginazione.
È una concentrazione di etichetta, cerimonie e forme infinite, ossessivamente eleganti, totalmente fini a se stesse, che non servono ad altro che a guardarsi allo specchio con aria mistica.

È una pratica elegante e raffinata, certo, ma priva di praticità, fattibilità e reale pressione.
Proprio come è successo al Tai Chi moderno, si è trasformato da arte marziale di combattimento in una "ginnastica spirituale" per anziani infiacchiti che vogliono praticare qualcosa di orientale.

L'iaidō non è nemmeno quella grande "antica tradizione" che molti amano dipingere. Questa disciplina, così come viene praticata oggi, è una costruzione moderna, formalizzata nel XX secolo all'interno di federazioni e contesti sportivi, standardizzando tutti e soffocando gli stili individuali. Deriva dalle tecniche classiche di iaijutsu, certo, ma queste sono state completamente riorganizzate, addolcite e rese teatrali e formali.
Una tradizione reinterpretata con le toppe sul petto è ormai più uno sport che un'arte marziale tradizionale.
Lo iaidō è etichetta e pezzi di carta, sostanza ZERO in un vero combattimento.

I guerrieri che hanno dedicato la loro vita alla sperimentazione, a uscire dagli schemi e dalla propria zona di comfort mettendosi alla prova contro il vero pericolo, come Miyamoto Musashi, che ha sempre cercato l'essenza della spada nel combattimento reale, non avrebbero mai approvato tutto questo inutile formalismo.

Ecco perché ho creato un sistema di combattimento. Ed esclude la ricerca di punti con i bastoncini di legno di kendō, ma richiama il concetto di paura di farsi male in combattimento: il Kumitachi, dove le armature sono fatte per il contatto pieno con spade in ferro di Hema e in polipropilene rinforzato. Qui è la vera sostanza.


Dopo i basilari suburi (素振り, esercizi fondamentali di taglio), gli enbu (演武, dimostrazioni tecniche) diventano essenziali per comprendere la praticità, il tempo di reazione e la velocità d'azione della spada, in modo controllato in principio, nel contatto con un altro guerriero o guerriera.

Si tratta, certo, di una forma di “coreografia”. Ma quando viene eseguita con la reale velocità e l’atteggiamento da combattimento, basta un solo errore per farsi male davvero.

Contusioni e fratture non sono mancate durante i nostri enbu: basta un attimo di distrazione, un abbassamento della guardia o della concentrazione, e la realtà si manifesta.

Tuttavia, gli enbu non sono sufficienti. Rappresentano solo un percorso di mezzo, utile per imparare a muoversi e a usare l’arma correttamente. Ma restano una base: una preparazione a qualcosa di necessario, che deve essere fatto con ben altra realtà e altri tempi, lo scontro reale.

Lì, dove non esistono regole.

Lì, dove nessuno ti asseconda.

Lì, dove il tempo si riduce a una frazione, e la vittoria o la sconfitta si decidono in un solo battito.

Il Budō moderno ha cercato di ricreare qualcosa di simile con il Kendō. E, per quanto io rispetti questa disciplina, avendola provata, resta pur sempre una pratica sportiva, limitata da regole, restrizioni e da una direzione codificata.

Vorrei parlare meglio del Kendō. Questa è l'era in cui chi è colto, intelligente e superiore, ha paura di dire la verità, per non offendere l'analfabeta, l'ignorante e l'inferiore, che stanno dominando questo tempo. Io lo trovo assurdo, e preferisco umiliare e far pesare parecchio l'ignoranza della gentucola priva di istruzione, che sceglie di non acculturarsi e restare inferiore.

Alla luce di questo, e restando in tema kendō, c’è una cosa che sento dire fin troppo spesso da persone che, francamente, dovrebbero dare un’occhiata in più alla storia, perchè l'ignoranza di ciò che ho dovuto ascoltare è imbarazzante: “Il kendō è la vera arte del combattimento con la spada giapponese.” O peggio ancora: “Molte scuole di kenjutsu derivano dal kendō.” Per favore … fesserie da analfabeti.
Chiariamolo una volta per tutte una cosa fondamentale, il kendō non è neanche lontanamente l’arte originale della spada. È una disciplina moderna. Uno sport. Per carità, rispettabile, affascinante, elegante … ma è uno sport, e per giunta moderno, recente non antico.

Il kenjutsu è l’autentica arte del combattimento con la spada giapponese, quello legato alle koryū, le scuole antiche nate nei secoli del Giappone feudale, pratiche generate e basate dalla vera esperienza, quando la posta in gioco era la sopravvivenza. E sia chiaro, che il kenjutsu vero è Bujutsu, non ha nulla a che vedere col Budō, che è solo un sinonimo di sport, nato durante il Periodo Meiji.

Nel tardo periodo Edo, quando la guerra non era più una cosa comune, compaiono shinai e bōgu, strumenti abbastanza buoni per allenarsi in sicurezza e restare come dire in azione.

Poi arriva la Restaurazione Meiji del 1868: e l’epoca dei samurai finisce ufficialmente, il Giappone entra nel mondo moderno, nasce ufficialmente il budō e le arti marziali vengono “addolcite”, iniziando ad allontanare i praticanti dal concetto di realtà di combattimento brutale da campo da battaglia.
Questa è storia, questa è la verità. Il budō infatti, è la versione educativa, controllata, gentile, delle antiche arti guerriere giapponesi. Interminabili forme fini a se stesse, devozione a forme ed etichette che non portano da nessuna parte, fossilizzano ogni prospettiva impendendo evoluzioni e crescite.
Solo disciplina ed etichetta, troppo eccessive, diventano il fulcro del budō, allungando il brodo in assenza di sostanza con tecniche surreali mai realmente testate sul campo di battaglia, intuizioni fisico-geometriche, pratiche assecondate dal partner, insomma tutto ciò che non ha niente a che vedere con le due ere precedenti Sengoku ed Edo. L’esatto contrario del bujutsu, che era nato per uccidere o sopravvivere contro il nemico, non per impressionare gli spettatori sui social.

E visto che parliamo di "spada giapponese" apro una parentesi importante: lo iaidō è budō.
Lo iaidō che tutti conoscono oggi non è una pratica feudale, non rende per niente giustizia all'arte della spada giapponese, infatti molti youtuber dalla parte della spada occidentale, lo criticano, si certo sono palesemente ignoranti in materia storica, perchè si basano solo sui video che guardano sui social dove degli imbecilli rappresentano malissimo l'arte della spada, e anche leggendo cose su wikipedia.
Ma nonostante tutto non li posso biasimare questi youtuber criticoni, non gli si può dare torto, perchè appunto è colpa di come viene presentata questa forma di iaidō sui social oggi da questi praticanti passivi, che fanno cose surreali e del tutto inutili. Questi praticanti federati, con le toppe sul petto, omologati come nelle squadre di calcio, che caspita rappresentano di autentico?
Queste iaidō-mummie che non rendono per niente giustizia a quello che è uno strumento di guerra affascinante, che hanno trasformato un'arma in uno scettro da etichetta e forma.

Il termine iaidō nasce solo nel 1932, rendiamocene conto, è stato coniato da Nakayama Hakudō.
È composto solo, e ripeto, solo, da forme, rituali, etichetta, e la ricerca di movimenti perfetti.
Che due palle, povera spada, poveri antenati. Tra l'altro, tali forme e kata, sono lontane dalla realtà del combattimento. Chiariamo una cosa, la forma e l'etichetta, la disciplina, sono identità culturale, senza questo siamo dei buzzurri da bar che brandiscono un'arma a casaccio, e chiunque può fare questo.

Le due cose devono camminare parallelamente per creare un nobile guerriero. L’estrazione della spada, in un contesto feudale, non era un balletto zen: era un’esplosione brutale di violenza atta solo ad uccidere il nemico. E nella guerra, chi ha combattuto veramente lo sa, il caos, e il disordine, sono protagonisti.

Non esistono forme ed etichette che avverranno in modo preciso, "scolastico", ma solo la combinazione di ciò che hai appreso, che possiedi nel tuo bagaglio di informazioni psicomotorie, applicata in mezzo al delirio della battaglia dal tuo istinto.


Proverò ora ad illustrarvi alcuni aspetti tecnici sulle pratiche di spada con una breve spiegazione:

Lo Iaidō 居合道

È l’arte tradizionale dell’estrazione della spada.
Si pratica attraverso l’esecuzione di kata: forme codificate di combattimento, che si eseguono da soli o meglio, contro un avversario immaginario. All’inizio della pratica, per i principianti, si utilizza il Bokken 木剣, la spada di legno. Con il passare del tempo, si passa all’uso dello Iaitō 居合刀, la riproduzione di una katana, la cui lama però non è affilata. Al livello più avanzato, dopo anni di pratica, si passa ad utilizzare lo Shinken 真剣, una vera e propria katana affilata. Un kata di iaidō è composto da più fasi. Normalmente inizia con lo sfoderamento seguito in rapida successione da uno o più tagli, in base a quanti sono gli avversari ipotizzati, seguono la pulizia della lama e il rinfodero. Il tutto senza perdere mai di vista l’avversario immaginario.

La pratica, richiede tradizionalmente un uniforme composta da Gi, Hakama e Obi.
Il praticante deve studiare per arrivare a sviluppare potenza, precisione e perfezione nelle forme eseguite, insieme ad un controllo del respiro e delle proprie emozioni. Progredendo nella pratica, si forma la grazia, il bilanciamento e il controllo sia del corpo che della mente.

Il termine Iai 居合 deriva da una frase giapponese “Tsune ni ite, kyu ni awasu に居て急に合わす ” che significa; "qualsiasi cosa stia facendo, in qualunque luogo io sia, devo essere pronto ad ogni eventualità". Per questo motivo le tecniche utilizzate sono interpretazioni di diverse situazioni, e ipotizzano scenari in cui sono presenti uno o più nemici, e i luoghi più disparati come una stanza al buio, un ponte, un vicolo stretto ecc.
L’essenza dello iaidō sta nella frase; “Saya no uchi 鞘の内” che prende origine dalla frase “Saya no uchi de katsu 鞘の内で勝つ”.  Entrambe significano;
"la vittoria sta nel fodero della spada", quindi nel vincere senza la necessità di sfoderare. Si deve riuscire a sormontare con il proprio Ki気l’avversario, prima ancora di far uscire la spada dalla saya, e quindi farlo desistere da qualsiasi tipo d'intenzione di attacco.

Le origini dello iaidō risalgono quindi all'antica pratica Koryū 古流 dello Iaijutsu 居合術. Questa disciplina della classe Bujutsu 武術, nacque nel corso del periodo Nara, intorno al 710 d.C., quando la capitale giapponese si spostò da Fujiwara-kyō a Heijō-kyō, oggi Nara. Si trattava di un insieme di esercizi per accorciare nei tempi e rendere più efficace lo sfoderamento della spada. Questo non fa necessariamente dello iaijutsu un’arte marziale violenta. Molte delle situazioni erano pensate come possibili contrattacchi, quindi, reazioni efficienti ad attacchi portati improvvisamente.


La Dai Nippon Budoku Kai 大日本武徳会, abbreviato con l'acronimo (DNBK), è un'organizzazione di arti marziali con sede a Kyōto, in Giappone, fondata il 17 aprile 1895 sotto l'autorità del Ministero dell'Educazione e sancita dall'Imperatore Meiji, con lo scopo di preservare il patrimonio costituito dalle arti marziali giapponesi.
Riconobbe lo iaidō nel 1932. L'organizzazione si sciolse il 9 novembre 1946 in risposta all'ordine imposto, dopo la fine della seconda guerra mondiale, dal generale Douglas MacArthur, che imponeva la soppressione di tutte le organizzazioni di carattere militare.

Nel 1953, con la nuova visione filosofica di preservare le virtù e tradizioni marziali classiche, la Dai Nippon Budoku Kai viene ricostruita ufficialmente.
Mirando al recupero delle culture marziali classiche, sostenendo la ricerca, l'istruzione, la disciplina, la promozione della pace e dell'armonia internazionale ed il progresso di una maggiore umanità attraverso l'educazione al budō.

Vengono così riconosciute dalla Dai Nippon Budoku Kai, le seguenti discipline:

  • Jūjutsu 柔術 
  • Aikijūjutsu 大東流合気柔術
  • Karate-dō 空手道
  • Aikidō 合氣道
  • Jūdō 柔道
  • Iaidō 居合道
  • Kendō 道
  • Kobudō di Okinawa 沖縄古武道
  • Kokusai Aikidō Kenshūkai Kobayashi Hirokazu Ha 国際 合 気 道 研修 会 小 林裕 和 派


Tornando allo Iaidō, allo scopo di diffondere tale disciplina e codificarla, i fondatori scelsero dopo accurati studi, un insieme di tecniche provenienti da diverse scuole antiche, e idearono i primi sette fra quelli che oggi sono i dodici kata che costituiscono i Zen nihon kendō renmei iai 全日本剣道連盟居合, comunemente conosciuti come Seitei Iai 制定居合, o più propriamente Zenkenren Iai 全剣連 居合道.

Ogni praticante di iaidō inizia il suo apprendimento studiando questi dodici kata, con i quali per tutto il resto della sua carriera affronterà competizioni ed esami.
L'intento è affinare la propria tecnica, e capacità, di eseguire i Seitei Iai al meglio.
Acquisita la padronanza di tali kata dopo un periodo può variare ad un paio di anni o più, in base all'abilità e alla costanza. È possibile approfondire lo studio dei vari stili delle diverse koryū tradizionali, fra le quali una delle più note, la Musō Shinden-ryū 夢想神伝流.


La All Japan kendō Federation o Zen Nihon Kendō Renmei 全日本剣道連盟, con l'acronimo (ZNKR), è la federazione mondiale che si occupa del movimento del Kendō 剣道 giapponese nel mondo. Fondata nel 1952 e ufficialmente formatasi il 14 marzo 1954.
In Italia, è possibile dedicarsi alla pratica ufficiale dello Iaidō, recandosi presso una delle palestre iscritte alla Confederazione Italiana Kendō.


Il Kenjutsu 剣術

L'arte del combattimento con la spada estratta.
A differenza dello Iaidō il kenjutsu viene praticato con la spada già estratta, contro un avversario reale, o anche praticando kata immaginandolo. Anche in questa disciplina si comincia con il Bokken. Per passare poi all'uso di una Iaitō.
Una Shinken Katana in fase di apprendimento non viene mai utilizzata poiché si rischierebbe seriamente di perdere un arto o peggio.


Bisogna fare molta attenzione a non confondere il Kendō con il Kenjutsu.
La differenza si può già vedere benissimo nella differenza degli ideogrammi con il quale sono scritti questi due termini:
Ken-Jutsu 剣術, ha in se il kanji di Ken (spada), e Jutsu (arte, tecnica).
Mentre Ken-Dō 剣道, che sta per "Via della spada", ha in se il kanji di che significa (via, percorso, in senso spirituale).
Il kenjustu è una disciplina antica, nata per combattere e uccidere i nemici sul campo di battaglia, sviluppata dalla classe guerriera giapponese nel corso dei secoli. Mentre il kendō è un'arte marziale più recente, che non ha lo scopo di uccidere l'avversario per ottenere la propria sopravvivenza. Ma il suo vero scopo è disciplinare se stessi, il proprio corpo e la propria mente, e percorrere appunto "la Via" per migliorarsi e crescere come persone insieme agli altri praticanti con i quali si studia e si pratica.

Il Tameshigiri 試し斬り

È l'arte giapponese del taglio di prova col bersaglio.
Praticata anch'essa al Dōjō Yuki no Senshi. Questa pratica è stata resa popolare nel periodo Edo per testare la qualità delle spade giapponesi. Durante il periodo Edo, solo gli spadaccini più abili furono scelti per testare le spade, in modo che l'abilità dello spadaccino non fosse discutibile nel determinare quanto bene la spada tagliava. Come elementi per testare il taglio, venivano usati: Wara (paglia di riso), Goza 茣蓙 (lo strato superiore dei tatami), bambù e sottili lamiere di acciaio.

Ma i tagli, venivano effettuati anche su cadaveri e criminali occasionalmente condannati a morte. Oggi la pratica del tameshigiri si è concentrata sul mettere alla prova le abilità dello spadaccino, piuttosto che quelle della spada. Le spade utilizzate sono in genere quelle poco costose. La pratica viene eseguita principalmente sui Goza, arrotolati in una forma cilindrica su un bambù verde. Solitamente, vengono immersi in acqua per aggiungere densità al materiale. Questa densità deve approssimare quella della carne. Il bambù verde è usato per approssimare l'osso.

Per quanto possa sembrare facile negli odierni video, tale pratica richiede una accurata precisione e destrezza con la spada, e questo si evince, quando il praticante, riesce ad affettare il goza, solo con la perfezione del movimento con la spada, senza mostrare sforzi lanciarsi col peso del corpo per incidere.

Hyōhō Niten Ichi-ryū 兵法二天一流

Hyōhō Niten Ichi-ryū conosciuta anche col nome di Niten Ichi-ryū è la "scuola della strategia dei due cieli in uno" una koryū fondata dal grande samurai Miyamoto Musashi, descritta nel "Il libro dei cinque anelli" 五輪書. Questa scuola di Kenjutsu è peculiare per la pratica a due spade questa scuola in realtà insegna in egual misura l'uso classico della singola katana, della wakizashi e del bō. Musashi la chiamò Niten Ichi 二天一 "Due cieli in uno") o Nitō Ichi 二刀一 "Due sciabole in una". Come testimonianza dell'eredità di Miyamoto Musashi il Niten Ichi-ryū conserva gelosamente l'uso del bokken il quale viene passato da sōke in sōke.


Kajiya Takanori Sōke è l'attuale caposcuola e rappresenta la 12ª generazione della linea di trasmissione sopra elencata. Iwami soke insegna in Giappone al Kokura, Kitakyūshū. Lo Hyoho Niten Ichi Ryu è presente anche al di fuori del Giappone: è praticata in parecchi paesi d'Europa (in particolare in Francia) e nel continente nord americano. Come accade nelle koryu, solo il caposcuola ('soke'), ha il potere di trasmettere l'insegnamento e decidere chi designare come insegnanti per dirigere il keiko (allenamento) nei differenti dojo esistenti in Giappone e all'estero. L'organizzazione dell'antica tradizione marziale è infatti di tipo piramidale, con il vertice rappresentato da colui che detiene il titolo di soke (caposcuola). Esso ha massimo potere decisionale e il suo insegnamento è il solo ad essere rappresentativo dell'intera scuola seguito, in ordine di importanza e competenze, da coloro che hanno ricevuto il titolo di menkyo kaiden e menkyo. Il concetto di trasmissione dell'insegnamento su cui si basa questa scuola può essere riassunto con la seguente metafora: "travasare dell'acqua da un bicchiere all'altro, senza che nessuna goccia sia persa". Come per tutte le koryu, quindi, nessuna conoscenza può essere divulgata senza l'autorizzazione del soke. In tal modo si crea un legame diretto tra ogni dojo e l'Hombu Dojo (dojo centrale) del soke.


Ho imparato l'arte della spada dai giapponesi, recentemente sto imparando dagli italiani perchè ho trovato un gruppo validissimo, legato ad un maestro che stimo e ammiro molto, Andrea Re, Menkyo Okuden (7° Dan) della Tenshin Shōden Katori Shintō-ryū diretto allievo e successore di Sensei Hatakeyama Goro. Sensei di tutto rispetto e grande rappresentante Ksr.

La passione per questo straordinario strumento mi ha reso uno spadaccino shinobi più che semplicemente appassionato.
Mi rendo conto che la spada è una protuberanza del mio corpo e che è naturale in ogni gesto che compio con essa in mano, al punto che ho costruito un piccolo dōjō in casa mia a causa del mio bisogno costante di praticare quotidianamente.
La pratica e la dedizione che ho verso l'arte della spada giapponese è una delle cose a cui non potrei rinunciare per niente al mondo.
Passo circa tre ore al giorno o anche cinque se riesco, con la spada giapponese in mano. Il resto della giornata la dedico alle armi presenti nel ninpō e alle pratiche di combattimento annesse. Insomma io non ci faccio, ci sono, perchè non è sport, ma uno stile di vita.

Sensei Scolaro Giuseppe Simone
ジュセッペ シモネ スコラロ