Seitei Gata - L’Illusione della Spada Sterilizzata

Articolo a cura di S.G.S

Sono un tradizionalista convinto.
Sono stato cresciuto nel rispetto della trasmissione Ryuha che mi è stata affidata con fiducia, rispetto, amore e dedizione. Questo mi ha reso un fiero e risoluto custode della tradizione giapponese.

Tuttavia, la mia formazione in questo percorso è stata profondamente pragmatica.
Sono legato alla realtà dell’azione e alla realizzazione concreta di ciò che studio, per poterne comprendere l’essenza più autentica.

Ritengo fondamentale la pratica dei kata e delle forme come passo iniziale per acquisire precisione e competenza: è una base solida e necessaria. Nulla da criticare, anzi.

Ma ultimamente, osservando alcune esecuzioni di colleghi, non posso fare a meno di notare quanto tempo venga sprecato nell’enfatizzare la cerimonialità del gesto, in particolare nei movimenti di estrazione e rinfodero.

Il kata, così come la forma, devono incarnare precisione e potenza: un singolo, fulmineo istante di attacco o difesa.

Attribuirgli una “cornice simbolica” per dare enfasi al gesto è comprensibile, e in parte giustificabile.
Ma troppo spesso questa cornice diventa eccessivamente lenta e dilatata, trasformando ciò che dovrebbe essere un atto di guerra in una danza marziale lenta e noiosa, più adatta al teatro o a un’esibizione che non a un campo di battaglia.

E poi ci sono i praticanti che si fermano lì: alla sola pratica della forma “incorniciata”, senza mai metterne alla prova il contenuto in un’azione pragmatica.
Questo equivale a sprecare ulteriore tempo prezioso.


Lo iaidō è, o meglio dovrebbe essere, la manifestazione vivente dell’arte della spada giapponese, l’eredità di una tradizione di sopravvivenza, disciplina e confronto diretto con la morte. Ogni movimento dovrebbe contenere il peso di chi sa che un singolo errore significa la fine, un’arte in cui la tecnica non è un’esibizione, ma una scelta precisa tra vita e morte.
Eppure, da decenni, questa eredità millenaria viene diluita, ammorbidita e deformata da un sistema chiamato Seitei Iai o comunemente Seitei Gata: dodici kata codificati dalla federazione di kendo (ZNKR) con l’obiettivo dichiarato di unificare e standardizzare lo iaidō moderno. In altre parole: trasformare una disciplina di guerra in una pantomima da esibizione, perfetta per esami, gare e circuiti federali.


Cosa sono i dodici seitei gata?

I seitei gata (o Seitei Iai) sono un insieme di dodici kata codificati, stabiliti dalla Zen Nippon Kendo Renmei (ZNKR), la federazione giapponese di kendo, che si occupa anche della promozione e standardizzazione dello iaido. Questi kata sono oggi praticati in tutto il mondo dagli iaidoka affiliati alle federazioni nazionali riconosciute dalla ZNKR.

I dodici kata sono:

  1. Mae
  2. Ushiro
  3. Uke Nagashi
  4. Tsuka Ate
  5. Kesa Giri
  6. Morote Zuki
  7. Sanpō Giri
  8. Ganmen Ate
  9. Soete Zuki
  10. Shihō Giri
  11. Sō Giri
  12. Nuki Uchi

 

Storia di un addomesticamento

I dodici kata seitei nascono nel 1969. Lo scopo? Creare una base comune, facile da insegnare, da giudicare e da esportare all’estero. In apparenza una nobile intenzione, ma nella realtà una sentenza di morte per lo spirito marziale della spada giapponese. Per un praticante di koryū, abituato a studiare decine di situazioni reali — scontri in spazi stretti, in armatura, a cavallo o contro avversari multipli — i dodici Seitei sono un triste e lento esercizio di estetica vuota, dove la priorità non è la sopravvivenza, ma la coreografia perfetta di fronte a una commissione d’esame.


Perchè mummificarsi insistentemente su una forma che può avere successo solo una volta su dieci?

Il prezzo della standardizzazione - Le Iaidōmummie

Ogni tecnica seitei è stata svuotata e imbalsamata, trasformata in una coreografia sterile che nulla ha a che vedere con la realtà del combattimento.

  • Movimenti allungati, teatrali, pensati più per essere visti e giudicati in chiave sportiva, piuttosto che per conservare la brutalità e l’efficacia necessarie per sopravvivere in uno scontro reale.
  • Ritmo forzato e innaturale, dove ogni praticante è costretto a muoversi alla velocità decisa dalla federazione, non a quella imposta dalla dinamica reale di un combattimento. La spada, da strumento di sopravvivenza, diventa strumento da passerella.
  • Traiettorie semplificate e ammorbidite, create per permettere a chiunque — anche a chi non ha mai davvero conosciuto la natura di un vero scontro all’arma bianca — di replicarle senza troppe difficoltà navigando nell'illusione.
    Un’arte adattata al minimo comun denominatore.

Tutto questo può avere un senso solo in un contesto di esibizione sportiva, o come modo per anziani, di continuare a praticare arti marziali, anche quando il corpo non è più in grado di affrontare movimenti realmente funzionali al combattimento.
Ma spacciare tutto questo per "arte della spada autentica" è una menzogna.

Chi pratica solo questi dodici kata, in questo modo ingessato e scenografico, non svilupperà mai la consapevolezza marziale necessaria a comprendere cosa significhi realmente combattere con una spada affilata nelle mani di un nemico vero.
Non saprà cosa vuol dire uccidere o non farsi uccidere, non avrà mai la percezione reale del rischio, della paura e della responsabilità di ogni singolo movimento.

Senza questa coscienza, lo iaidō si riduce a una danza vuota, perfetta per collezionare gradi e applausi, ma morta nell’anima.

Vedi - https://www.ninjutsukojiki.com/post/48


Lo scopo reale: business e controllo

Dietro la facciata rassicurante della “diffusione dello iaidō nel mondo”, si nasconde un’operazione ben più subdola e calcolata:

  • Creare un prodotto standardizzato, confezionato per essere facilmente venduto e promosso ovunque, pronto per finire nelle mani di chiunque, senza alcuna reale selezione marziale, basta essere tesserati e pagare la propria quota.
  • Costruire un percorso obbligato di gradi e certificazioni, una catena di montaggio che costringe i praticanti a infilarsi nell’ingranaggio burocratico federale, tra tasse d’esame, stage ufficiali e commissioni pilotate, dove ciò che conta non è la crescita marziale, ma la conformità al sistema.
  • Allargare il bacino d’utenza, attirando non solo chi cerca la verità marziale della spada, ma anche chi è semplicemente affascinato da una vaga idea di arte elegante, spirituale, coreografica. Più praticanti, più tesserati, più entrate. E se per farlo bisogna annacquare e ammorbidire la tradizione per renderla più alla portata di tutti, poco importa. Il pragmatismo marziale è sacrificabile, purché il prodotto sia vendibile.

La verità è semplice e brutale: quello che è alla portata di tutti, non vale assolutamente nulla. L'arte della spada giapponese, quella vera, non è per tutti. Non lo è mai stata. E chi prova a renderla accessibile a chiunque, sta mentendo.


Dal campo di battaglia alla passerella

I seitei Gata rappresentano la spada sterilizzata, spogliata della sua crudezza, della sua violenza e della sua verità. Sono un prodotto adatto ai tempi moderni: facile da vendere, da giudicare e da spettacolarizzare.
Ma chi conosce anche solo un frammento della tradizione marziale giapponese non può che provare disgusto di fronte a questo scempio.
La spada è un'arma, non uno scettro da majorette da far flutturare in uno show.
Bisogna avere coscienza del suo potenziale, del pericolo della velocità, e rispettarla.

Troppa cerimonia, troppa forma, troppa passività. Nessuna pragmaticità, nessuna reale coscienza della violenza, della pericolosità e della cattiveria del nemico. Questa "pratica" della spada sta lentamente degenerando in una danza fluttuante, priva di legami con la realtà.
Non più arte marziale, ma soltanto elegante teoria e spettacolo vuoto. Il mio stile fa parte di quelli che cominciano volutamente in modo passivo, formale e cerimonioso: per forgiare gli allievi sui principi fondamentali, sulle kamae, e guidarli poi verso movimenti e tagli più rapidi, potenti, dove la cerimonia e la forma — utili solo all'inizio — vengono abbandonate per lasciare spazio alla realtà che è più sporca. Ho creato il Kumidachi Dō come percorso di verità: senza regole da gara, non è kendō. Senza schemi fissi.
Un metodo per mettere davvero alla prova le tecniche della via della spada giapponese in un contesto di combattimento reale, sporco, dove diventa impossibile rifugiarsi nella perfetta danza della teoria passiva. Grazie all'uso di armi capaci di fratturare ossa, dove la paura mantiene vigili e affina i riflessi, e ad armature speciali che garantiscono un buon margine di sicurezza, in Kumidachi Dō l'avversario ti contrasta in ogni modo con il solo scopo di colpire i tuoi punti vitali. Ogni singolo colpo ricevuto ti ricorda quanto sia facile morire o ferirsi gravemente. Solo così si può davvero comprendere cosa significhi combattere in una battaglia reale.


Difendere le koryū significa difendere la vera identità

Le vere scuole antiche tradizionali, le koryū, non offrono scorciatoie né la comodità rassicurante di un sistema standardizzato.
Ogni tecnica è figlia di una situazione reale, nata da scontri veri, da esigenze di sopravvivenza, affinata nel fuoco di guerre, imboscate e duelli mortali. E soprattutto, è stata trasmessa da uomini che hanno vissuto tutto questo sulla propria pelle, che ci hanno lasciato non solo la tecnica, ma un messaggio di verità e rispetto per la spada.

  • Ogni movimento è pensato per uccidere nel modo più diretto ed efficiente possibile.
  • Ritmo e tempi non sono decisi da una federazione, ma dall’avversario, dalla distanza, dalla situazione reale — non da un regolamento sportivo.
  • Postura, intenzione, respiro: ogni elemento è legato alla consapevolezza di poter morire o sopravvivere.

I Seitei, al contrario, sono un prodotto didattico, costruito su movimenti allungati e semplificati, studiati per essere facili da comprendere, da giudicare e da replicare. Perfetti per esami e competizioni, ma completamente privati di quella funzionalità brutale che distingue un’arte marziale da una coreografia con la spada.

Le tecniche delle koryū sono più rapide, più essenziali, più adattabili: a volte meno "eleganti" secondo i canoni moderni, ma infinitamente più letali e marziali.
Ogni gesto serve solo a difendersi o uccidere, nel tempo più breve possibile.
Perché in un vero scontro, chi esagera nei gesti muore.

Le koryū non sono reperti da museoesercizi di nostalgia: sono l’ultimo baluardo contro la trasformazione sportiva e la spettacolarizzazione commerciale delle arti marziali giapponesi.

Difendere le koryū significa proteggere la verità e l’identità di una trasmissione antica, giunta fino a noi attraverso secoli di sangue, sacrificio e dedizione.
Chi pratica per conoscere, deve tornare indietro, all’origine della pratica.
Chi pratica per apparire, senza confrontarsi con la realtà, troverà sempre rifugio nei Seitei Gata.


L’illusione dei Seiteigata:
Tecnica senz’anima, forma senza guerra.


Standardizzazione, controllo e un tocco di marketing marziale:

I Seitei-gata vennero sviluppati nel 1969 dalla All Japan Kendo Federation (ZNKR) con un obiettivo apparentemente nobile: standardizzare l'insegnamento dello iaidō e renderlo accessibile a un pubblico più ampio. Ma dietro la facciata ordinata del progresso si cela qualcosa di ben diverso.

In Giappone esistono numerose Koryū, scuole tradizionali, risalenti al periodo feudale giapponese, rimasugli autentici, a volte frammentari ma preziosi, di un sapere trasmesso per secoli da coloro che la guerra l’hanno combattuta davvero. Tecniche nate non per il dōjō, ma per il campo di battaglia e per il duello mortale, che oggi sono state trasformate in schemi didattici da praticare in "palestra".
Ogni ryūha possiede una sua anima, una sua struttura, un modo unico di intendere lo scontro armato, la sopravvivenza e la morte. E questo, naturalmente, rendeva complicato “valutarle” con criteri omogenei quale Koryū fosse efficacie e quale no.

E li, dove la tradizione si divide in stili che un tempo si mettevano alla prova in scontri cruenti, oggi il business li ha unificarti rendendo tutti speciali.
Così si fece largo l’idea di creare una serie di kata “neutri”, i Seitei-gata, da accorpare a tutte le scuole tradizionali che volevano entrare nella Federazione e, soprattutto, essere riconosciute dagli enti sportivi. Un passaggio obbligato per chi voleva sopravvivere nel nuovo panorama burocratico del Budō moderno.
Cosa per me inutile e priva di valore.

In altre parole: se vuoi visibilità, gare, gradi, certificazioni e fondi, devi uniformarti. Devi eseguire i kata della Federazione. Devi piegare la tua arte a una forma standardizzata, incompleta, limitatissima, misurabile in modo superficiale.
Quante idiozie.


Kendō: Dalla Spada dei Samurai alla Standardizzazione Moderna:

Il kendō, letteralmente "via della spada", è un'arte marziale giapponese moderna che discende dal kenjutsu, la pratica tradizionale della spada dei samurai.

Il kendō prende forma dopo la Restaurazione Meiji, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Nel 1912 vengono formalizzati i Nippon Kendō Kata. Nel 1952 nasce la Zen Nihon Kendō Renmei, che lo codifica ufficialmente come gendai budō, cioè disciplina moderna.
La diffusione globale? Anni ’80 e ’90. Quando il Giappone ricomincia a esportare le sue arti marziali sotto forma di “sport tradizionali”. È lì che nasce il mito internazionale del kendō.
Quindi, in quale universo qualcuno può dire: “Il kendō è la vera arte del combattimento con la spada giapponese”? E con quale ignoranza si può sostenere che “le scuole di kenjutsu derivano dal kendō”? Solo chi è poco allenato allo studio può dire certe fesserie. Senza voler offendere nessuno, vincere un campionato di kendō non ti rende esperto di combattimento reale con la spada. Ti rende bravo, a fare kendō. Con la guerra ha lo stesso rapporto che una racchetta da tennis ha con un tachi.
Il kendō ha uno spirito marziale, certo, ma vive di regolamenti, bersagli validi, punti, arbitri, gare e titoli. Roba inutile. Perfetto per chi cerca una disciplina sportiva con estetica tradizionale.
Ma se cerchi qualcosa che si avvicini pragmaticamente alla realtà del combattimento con le katane giapponesi, brandire uno shinai, non è la strada. Se vuoi imparare a combattere davvero, entri in una gabbia con un fighter di MMA, non vai a giocare alle gare a tocco e a punti. Per quanto mi riguarda, sono abituato ad avere il K.O. o la resa, come riferimento di una vittoria, non i punti arbitrali. E lo stesso concetto vale con le armi. Se vuoi imparare cosa significa combattere, ti confronti con chi lo fa davvero, con cattiveria. Non con chi cerca il punto, ma con chi ti vuole fare male.

Parliamo di equipaggiamento.

Nel Kendō si usa il Bōgu (防具), letteralmente “equipaggiamento di protezione”, composto da quattro elementi principali: il Men (面), l'elmo che protegge testa, viso e gola; i Kote (小手), guanti che difendono mani e avambracci; il Dō (胴), corazza per torace e addome; e infine il Tare (垂れ), la protezione inferiore per basso ventre e anche. (non esistono protezioni per le gambe in questo sport).

È un equipaggiamento pensato per difendere, sì, ma solo nel contesto sportivo del Kendō: una corazza regolamentata, omologata, nata per le gare. È un'armatura limitata, scoperta su molti punti, quelli che l'arbitro non ritiene validi da colpire, e già questo dice tutto.

Lo Shinai (竹刀), l'arma simbolo del Kendō, è una spada di bambù leggera come una canna.
Non dà la sensazione del taglio, né quella del peso. È come maneggiare un bastone: dritto, liscio, troppo lungo, privo di autenticità storica.

Il Men copre solo la parte frontale della testa, lasciando scoperti lati e nuca; i Kote, simili a guanti da forno, proteggono appena gli avambracci, lasciando scoperti bicipiti, tricipiti e spalle.
In breve: un equipaggiamento da schema sportiva, non da battaglia. Abbiamo trovato parecchi bug nel Bōgu … scusate il gioco di parole.

Parliamo un attimo anche dello shinai. Uno strumento sportivo, non un’arma.
Non rappresenta assolutamente una spada giapponese: non ha curvatura; non educa ai tagli; la tsuka rotonda non guida il tenouchi; è leggerissimo; è dritto come un bastone. Non è per niente una guida sulla forma di una spada giapponese. Sarà anche ottimo per il kendō. Ma assolutamente inutile per capire il kenjutsu. Noi lo utilizziamo come riscaldamento o esercizio di riposo per le braccia.

In principio noi lavoravamo con i Bokken, ma a forza di romperli ci siamo stufati, e cercando qualcosa di più indistruttibile abbiamo trovato il polipropilene, un materiale fantastico. Le nostre armi sono pesanti, solide e con la forma reale di una katana. E siccome abbiamo frantumato parecchie tsuba, abbiamo costruito tsuba in acciaio, appesantendo maggiormente l'arma, dandoci così più lavoro di controllo e resistenza.

Il risultato è un combattimento vero: potenza, resistenza, velocità, controllo, pressione psicologica.
Il bogu del kendō, è pensato per colpi a punti, quindi è molto scarno, ma per esperienza i colpi di shinai addosso sono sopportabili quindi ci sta. Il polipropilene è massiccio come un bokken di legno non è fatto di filamenti di bamboo, infatti fratture ne abbiamo viste. Per questo usiamo armature, guanti, insomma equipaggiamento da HEMA, perché è fatto per il contatto pieno, nell'hema si fa sul serio.


Limitazioni Tecniche e Filosofiche del Kendō Moderno:

Sebbene il kendō moderno mantenga elementi delle antiche tecniche di spada samurai, presenta alcune limitazioni intrinseche:

  • Standardizzazione delle Tecniche: Le tecniche del kendō sono altamente codificate, con un numero limitato di colpi validi (men, kote, dō, tsuki) e movimenti prevalentemente frontali. Questa struttura rigida riduce drasticamente la spontaneità e l'adattabilità in situazioni di combattimento reale dove i colpi sono multi direzionali, sporchi o istantaneamente evolutivi.
  • Enfasi sulla Competizione: La pratica del kendō è orientata verso la competizione, con regole che premiano la forma e la precisione tecnica.
    Ciò può portare a una focalizzazione eccessiva sulla vittoria, a discapito della comprensione profonda del significato marziale delle tecniche in uno scontro reale, brutale e violento, dove l'avversario non segue nessuna regola.
  • Distacco dalla Realtà del Combattimento: L'uso dello shinai (spada di bambù) e del bōgu (armatura protettiva) crea un ambiente tropo sicuro per la pratica, allontanando i praticanti dalla realtà del combattimento con spade vere, riducendo la consapevolezza del pericolo e la necessità di decisioni rapide e decisive. L'armatura da allenamento, ci può anche stare per potersi allenare in sicurezza più e più volte, ma lo shinai è troppo leggero e poco realistico come spada da utilizzare per dare coscienza del pericolo contro tale arma.

Il kendō, nella sua forma moderna, offre benefici significativi in termini di disciplina personale e sviluppo del carattere. Tuttavia, per coloro che cercano una comprensione più profonda della realtà del combattimento con la spada, è essenziale riconoscere le limitazioni imposte dalla standardizzazione e dalla focalizzazione sulla competizione.


Tornaniamo ai Seitei-gata. Questi kata sono artificiali, scolpiti a tavolino, frutto di compromessi politici più che tecnici. Non nascono dalla realtà del conflitto, ma dall’esigenza di creare un prodotto presentabile, addestrabile, giudicabile e diciamolo chiaramente, vendibile. E ciò che viene venduto come “arte della spada” è spesso solo un’imitazione in giacca e cravatta. Per me, tutta questa operazione è inutile, se non dannosa. Dispendiosa in termini di tempo, denaro, e quel che è peggio, di vero spirito marziale. Questa standardizzazione ha suscitato dibattiti. Alcuni praticanti ritengono che i Seitei-gata manchino della profondità tecnica e filosofica presente nei koryū, le scuole tradizionali di spada giapponese. Ad esempio, in discussioni online, alcuni maestri hanno espresso critiche verso i Seitei-gata, considerandoli una semplificazione eccessiva delle tecniche originali. Io sono tra questi.

Detto ciò, è importante riconoscere che i Seitei-gata possono servire come introduzione allo iaidō, fornendo una base tecnica comune. Tuttavia, per coloro che cercano una comprensione più profonda dell'arte della spada, l'esplorazione dei koryū offre una ricchezza di insegnamenti storici e filosofici che i Seitei-gata non possiedono completamente. In sintesi, mentre i Seitei-gata hanno il loro posto nell'insegnamento moderno dello iaidō, è essenziale riconoscerne i limiti e considerare l'approfondimento attraverso le scuole tradizionali per una comprensione più completa dell'arte.


Troppa fantasia, poca pragmaticità:

Parliamo di tecnica e pragmaticità. Quante probabilità ci sono che una tecnica di Seitei-gata si manifesti, nella realtà di uno scontro, esattamente come è stata codificata? Così lineare, pulita, geometrica? Una su un milione, forse. E se siamo sinceri, anche quella probabilità è un atto di fortuna in parecchi casi. Perché la realtà della guerra, del conflitto, del confronto fisico e spirituale tra due esseri umani armati di volontà e di lama, non è fatta di schemi: è caos, imprevedibilità e specialmente mutamento continuo della forma durante l'azione. È la tempesta che disfa ogni previsione, è il momento imprevedibile che richiede adattamento, non ripetizione o schema. È l’intelligenza marziale che opera nel tempo reale, non esiste nel vero combattimento la forma standardizzata.

Allora mi chiedo: che senso ha prendere ciò che è per sua natura improbabile, teorico, una mera ipotesi priva di tangibilità, e farne la colonna portante di un’intera disciplina? Che senso ha farne un metodo di giudizio per valutare un praticante o peggio una scuola? Che logica c’è nel valutare la maestria nell'arte della spada sulla base di forme astratte, scollegate dalla realtà dello scontro?
Senza combattere davvero, non si sa niente. Si può solo ipotizzare filosoficamente.
E l’ipotesi non è esperienza. Non è coscienza. È solo un atto di fede verso il nulla.
E spesso, diventa un'arrogante supponenza.

Ciò che accade nel Budō odierno troppo spesso è che la ripetizione prende il posto della ricerca, della sperimentazione. L’imitazione ha preso il posto della comprensione. E la forma, quel kata scolpito come marmo, diventa più importante del perché, del come, del quando. Il praticante si rifugia nel gesto al sicuro dalla realtà più dura ed imprevedibile. E la spada, che dovrebbe essere specchio della mente e strumento del cuore, si riduce ad uno scettro da esibizione.

I Seitei-gata possono essere un primo passo, ma non possono essere l’intera strada. Se vogliamo formare veri praticanti dell’arte della spada, uomini e donne di coraggio, intuito, sensibilità marziale, dobbiamo guardare oltre. Verso la creazione delle antiche koryū, verso l’esperienza diretta, verso l’insegnamento che nasce dal confronto e non dalla simulazione. La spada non è uno strumento di spettacolo.
È un'arma. E ogni scelta, nella via del guerriero, deve essere consapevole.

È tempo di restituire dignità ala questo strumento. Di riscoprire l’insegnamento che viene dall’incertezza, dalla tensione reale, dal rischio concreto. Questo non significa abbandonare la forma, ma restituirle il suo ruolo originario: quello di via, non di meta.


Kumidachi Dō Yuki no Senshi – Quando la Spada Smette di Fingere

Kumidachi Dō Yuki no Senshi 組太刀道 雪の戦士 nasce da una semplice, brutale verità: la sola forma non basta.

Il nostro è un approccio da koryū: colpi vitali, colpi ferita, disarmi, corpo a corpo, c'è stress, la paura di farsi male, non ci sono punti vittoria a cui pensare. Si lavora solo sulla logica della sopravvivenza.
E sul confronto, infatti andiamo spesso a confrontarci con chi fa Hema storica occidentale perchè li troviamo fantastici come avversari con cui crescere. Il kenjutsu vero nasce dall'esperienza, nasce per sopravvivere, non per prendere punti o fare una bella forma davanti al pubblico.

Questo è il Kumidachi Yuki no Senshi: un metodo fedele alla combinazione tra tradizione e realtà della guerra. Impariamo la forma, sì, ma poi la mettiamo alla prova. E quello che non funziona, lo miglioriamo o scartiamo perchè ritenuto inutile. Proprio come facevano gli antichi guerrieri veri.
Se la strada che percorri è troppo facile, allora vuol dire che sei sulla strada sbagliata.
Con queste righe sicuramente farò arrabbiare molti appassionati. Ma ciò che ho detto è la realtà. Indiscutibile, palese, realtà. Chi non la accetta per arrogante cecità, può sempre mettere alla prova ciò che ho appena detto confrontando la realtà che difende contro quelle opposte alla sua.

Io non voglio denigrare nulla sia chiaro. Voglio solo tracciare un confine netto e chiaro su cosa è sport e forma vuota fine a se stessa, e cosa è storia, arte della guerra e tradizione autentica. I samurai non facevano la muffa nelle forme, questo è ovvio. La pratica odierna non ha niente a che fare con loro.

Il combattimento reale richiede libertà totale, imprevedibilità, istinto e test, sfide e ardue prove per crescere nella reale, difficile, esperienza.

L’unico scopo è colpire, penetrare la difesa dell’avversario, mentre lui tenta di impedirlo.

Da questa esigenza è nato il Kumidachi-dō (組太刀道), “la Via del Duello con la Spada”.

Noi facciamo sparring con le spade per riscaldarci, oserei addirittura definirlo volgarmente, l’“MMA dell’arte della spada giapponese”.Il Kumidachi-dō nasce per testare realmente ciò che nello Iaidō tradizionale mummificato, viene solo accennato o idealizzato senza test: movimenti individuali, perfetti nella forma, ma vuoti nella realtà. Nello Iaidō moderno si cerca la perfezione estetica di gesti che non sono mai messi alla prova. Tutto avviene nell'aria o, nel migliore dei casi, sul passivo tameshigiri (試し斬り, taglio di prova su oggetti inanimati).

Ecco perché chi trova il Nihontō-dō Yuki no Senshi non sempre riesce ad apprezzarlo. Perché è duro, reale e impegnativo. Molti mollano, semplicemente perché non si sentono all’altezza di questi principi, e preferiscono rifugiarsi in qualcosa di più “zen”, più morbido, più passivo, più facile per le loro flaccide chiappe. Limitandosi solo a cercare la perfezione formale della spada fine a se stessa, queste sono quelle che noi definiamo le scuole delle Iaidō-mummie. Yuki no Senshi è una tradizione peculiare. Non è fatta per chi è fiacco, per chi è pigro, o per chi cerca solo lo zen estetico e la vuota pratica passiva fine a se stessa. È fatta per chi desidera la verità del combattimento, quella che non perdona se sbagli, quella reale.

Il Kumidachi Yuki no Senshi, è tutta un’altra storia quindi quando si parla di kenjutsu da combattimento.

È la via del duello vero, quello tra due esseri umani che si affrontano con la spada o altre armi feudali, con la consapevolezza che, se non si muovono bene, si fanno male per davvero. Si percepisce la tensione, la paura del colpo, la concentrazione pura, perchè si utilizzano armi realmente pericolose all'impatto. È la mia risposta al combattimento sterile e addomesticato del Budō moderno. Non è uno sport. Per me sport è una brutta parola. Non è spettacolo. È un test di verità.

Per moltissimi anni abbiamo usato bokken (木剣) di legno, come tutti del resto, e ne abbiamo rotti parecchi. Schegge ovunque, bokken spezzati durante gli enbu più accesi. Perché noi non giochiamo ai samurai: ci colpiamo per davvero. Ma il legno ha i suoi limiti: si scheggia, si spacca, e quando cede può diventare pericoloso. Poi, qualche anno fa, è arrivata la svolta: la scoperta del polipropilene, che carino come si dice in giapponese: Poripuropiren (ポリプロピレン).

Una resina dura come il legno, ma indistruttibile, resistente agli impatti più violenti senza scalfirsi, anche colpendo con tutta la forza un palo della luce in acciaio, rimane liscio, incredibile.
Leggera, resistente, e soprattutto viva nell’impatto. Con quelle spade abbiamo picchiato duro, e sì, oltre le molte contusioni, qualche frattura è arrivata, ma fa parte del mestiere: chi combatte, prima o poi, si fa male, si sa.

Col tempo abbiamo trovato la combinazione perfetta: spade di polipropilene pesanti, armature integrali e guanti rinforzati. E qui entra in gioco l'armatura di Hema, Hema bōgu (エマ防具): un'armatura moderna e integrale, creata per resistere agli urti più violenti e contro il metallo. Una vera corazza da battaglia contemporanea, imbottiture spesse, protezioni rigide e articolate, che permette di eseguire le tecniche con forza reale e libertà totale. Grazie a essa possiamo colpire e parare con potenza, senza trattenere i colpi. Anche se, ammettiamolo, ogni tanto ci facciamo male lo stesso.

C'è anche un dettaglio curioso: le prime spade in polipropilene avevano misure tradizionali, ma con i grandi guanti da combattimento era difficile mantenere un corretto te-no-uchi (手の内, presa). Così abbiamo cercato spade più adatte, con una tsuka (柄, impugnatura) più lunga, perfetta per il doppio controllo anche con guanti molto spessi. Rimaneva però un problema: le tsuba (鍔, guardia). Dopo ogni allenamento andavano in pezzi. Così, sfruttando le nostre capacità artigianali senza confini, le abbiamo forgiate in acciaio spesso. Certo, il peso della spada è aumentato, ma meglio così. Chi si allena nel Kumidachi Dō deve sentire il peso dell’arma: deve sudare, bruciare gli avambracci, forgiarsi nel realismo.

Quando invece vogliamo lavorare sulla velocità e sui riflessi, o semplicemente riscaldarci senza stancarci per riposare le braccia, tiriamo fuori gli shinai, i “giocattoli leggeri”, come li chiamo io.
Con quelli ci alleniamo anche senza armatura, solo con men e kote: siamo talmente abituati ai colpi più cattivi che le botte con gli shinai sulla pelle ci fanno solo il solletico.

Il Kumidachi Dō è il campo di prova del Nihontō Dō Byakko-ryū.
È lì che ogni tecnica deve dimostrare se è realisticamente fattibile o è solo un inutile gesto elegante. Qui non c’è spazio per la coreografia: c’è solo la verità. Chi pratica Kumidachi Dō impara i reali tempi di reazione e azione, entra nel ritmo del combattimento, il suono di attacco e difesa, il peso della resistenza e della fatica, la paura del colpo, ma soprattutto, grazie a tutto questo, la percezione, gli importantissimi concetti di Itto (一刀) e Seme (攻め).

Itto è “una sola spada”, il momento in cui attacco e difesa diventano la stessa cosa, la decisione assoluta che taglia la vita e la morte in un unico gesto. Itto è la percezione dell'intenzione dell'avversario.

Seme è la pressione invisibile che domina l’avversario prima ancora che la lama si muova: è la volontà pura che piega lo spazio e costringe l’altro all’errore. Seme è l'intenzione di uccidere che riversiamo.

E quando, alla fine, ti togli l’armatura e guardi negli occhi il tuo avversario, il rispetto è grande, perché capisci che nessuna forma, nessun kata, nessuna cerimonia potrà mai insegnarti ciò che ti ha insegnato quello scontro con lui.

Sensei Scolaro Giuseppe Simone
ジュセッペ シモネ スコラロ